CONSIGLIO DI STATO, SEZ. IV - ordinanza 6 aprile 2004 n. 1612 - Pres. Salvatore, Est. Cacace - Comune di Stra c. Ericsson Telecomunicazioni s.p.a. e con l’intervento ad adiuvandum di Coppo ed altri - (accoglie l'istanza cautelare e, per l'effetto, sospende l’efficacia della sent. del T.A.R. Veneto, Sez. II, n. 144/2004)
Ambiente - Elettrosmog - Stazioni radio base - Loro assimilazione alle opere di urbanizzazione primaria - Ex art. 86, comma, 3, del d.lgs. 259/2003 - Potere del Comune di localizzare dette opere in determinati ambiti del territorio - Sussiste.
L’intervenuta assimilazione delle stazioni radio base per telefonia cellulare alle opere di urbanizzazione primaria ad opera dell’art. 86, comma 3, del d.lgs. 1 agosto 2003 n. 259 (Codice delle comunicazioni elettroniche) non preclude al Comune, nell’esercizio del potere di pianificazione urbanistica, la potestà di localizzare dette opere in determinati ambiti del territorio, sempre che sia assicurato l’interesse di rilievo nazionale ad una capillare distribuzione del servizio (1).

(1) Commento di
MATTEO CERUTI
(Avvocato)
L’assimilazione degli impianti di telefonia cellulare alle opere di urbanizzazione primaria: il Consiglio di Stato riafferma i poteri comunali di pianificazione nel settore anche dopo l’entrata in vigore del Codice delle comunicazioni elettroniche.

1.- La vicenda processuale.
La vicenda sottoposta all’esame del Consiglio di Stato presenta diversi profili di interesse, in quanto attraversa tutta la congerie normativa e giurisprudenziale dell’ultimo anno e mezzo in materia di localizzazione degli impianti radioelettrici [1].
In breve, una stazione radio base per telefonia cellulare, durante la vigenza del d. lgs. 198/2002, viene autorizzata in una “zona perequata residenziale” malgrado il contrasto con le norme tecniche del piano regolatore che prevedono la localizzabilità degli impianti di telefonia mobile nelle zone produttive e nelle aree per servizi pubblici di proprietà comunale.
Tuttavia, sulla base di un successivo atto di indirizzo consiliare che fa propria la tesi dell’applicabilità del citato decreto Gasparri alle sole infrastrutture dichiarate “strategiche” ai sensi dell’art. 1 della delega 443/2001 (unica possibile interpretazione secundum constitutionem del testo normativo), il responsabile dell’ufficio tecnico dapprima sospende i lavori di installazione dell’antenna e, quindi, perviene all’annullamento in autotutela dell’autorizzazione per contrasto con le norme di piano, motivando contestualmente anche in ordine alle ragioni di interesse pubblico, concrete ed attuali, compromesse dalla permanenza del titolo autorizzatorio.
Il provvedimento di annullamento in autotutela viene peraltro emesso in data successiva all’entrata in vigore del d.lgs. 259/2003 recante il Codice delle comunicazioni elettroniche e al deposito della pronuncia della Consulta n. 303/2003 (in questa Rivista, pag. http://www.lexitalia.it/p/corte/ccost_2003-303.htm) dichiarativa dell’incostituzionalità del decreto Gasparri.
Il gestore impugna dinanzi al TAR, prima, il provvedimento di sospensione (che nel frattempo decade, cosicché il primo ricorso viene dichiarato improcedibile) e, poi, l’annullamento comunale dell’autorizzazione deducendo l’illegittimità di quest’ultimo provvedimento in quanto non vi sarebbe alcuna incompatibilità urbanistica dell’installazione dell’impianto nell’area prescelta. E ciò sia perché secondo la giurisprudenza amministrativa la collocazione degli impianti di telefonia deve ritenersi consentita sull’intero territorio comunale, a nulla ostando le specifiche destinazioni urbanistiche (residenziale, agricola, verde) rispetto ad impianti di interesse generale, quali le stazioni radio base; sia perché, essendo le stazioni radio base ormai assimilate alle opere di urbanizzazione primaria ai sensi dell’art. 86, comma 3, del d. lgs. 259/2003, la loro ubicazione potrebbe ben avvenire anche nelle zone perequate residenziali (com’è quella in esame, nelle previsioni dell’adottata variante al PRG) per le quali dev’essere prevista un’area riservata ai servizi.
Con la sentenza in forma semplificata n. 144 emessa in data 14 gennaio 2004 e depositata il 19 gennaio 2004, la Sezione II del TAR per il Veneto accoglie quest’ultimo ricorso proposto dal gestore annullando l’impugnato provvedimento comunale in autotutela in quanto “ai sensi dell’art. 86 comma 3° D. L.vo n. 259/03 le stazioni radio base devono ritenersi assimilate alle opere di urbanizzazione primaria e come tali devono ritenersi localizzabili anche nelle zone perequate”.
Il Comune appella la pronuncia di primo grado e ne chiede la sospensione dell’efficacia che viene accordata con l’ordinanza n. 1612 emessa dalla Sezione VI il 6 aprile 2004, qui in commento.
2.- La giurisprudenza del Consiglio di Stato anteriore al d.lgs. 198/2002 e al d. lgs. 259/2003.
Superando il contrario orientamento della prevalente giurisprudenza di merito [2], già prima dell’entrata in vigore del d. lgs. 198/2002 e del d. lgs. 259/2003, dinanzi al Consiglio di Stato si era imposta la tesi della sostanziale indifferenza urbanistica delle stazioni radio base per telefonia cellulare le quali, dunque, possono essere collocate in qualsiasi zona del territorio comunale in quanto trattasi di impianti di interesse generale. Tuttavia tale ultima affermazione di principio era stata costantemente ribadita dai giudici di Palazzo Spada soltanto laddove faceva difetto un’esplicita e specifica disciplina locale sugli impianti di telefonia contenuta negli strumenti urbanistici comunali e/o in regolamenti ad hoc.
Invero il Supremo Collegio amministrativo in diverse occasioni aveva avuto modo di affermare che:
“… in assenza di una specifica previsione urbanistica, la collocazione degli impianti di telefonia deve ritenersi consentita sull’intero territorio comunale, a nulla ostando le specifiche destinazioni urbanistiche (residenziale, agricola, verde) rispetto ad impianti di interesse generale, quali quelli di telefonia mobile, che presuppongono la realizzazione di una rete che dia uniforme copertura al territorio (la collocazione degli impianti nelle sole zone in cui ciò è espressamente consentito si porrebbe in contrasto proprio con l’esigenza di permettere la copertura del servizio sull’intero territorio). Peraltro già in passato la giurisprudenza ha evidenziato che la destinazione a verde pubblico di una zona del territorio comunale, contenuta in uno strumento urbanistico, impedisce l’insediamento abitativo residenziale, ma non preclude l’installazione di impianti di interesse generale (…). Ovviamente, i comuni, nell’ambito delle competenze sopra descritte, potranno regolamentare la collocazione degli impianti sia sotto il profilo urbanistico edilizio, sia al fine di minimizzare l’esposizione della popolazione ai campi elettromagnetici. (…) Nel caso di specie quindi la destinazione urbanistica della zona (verde pubblico attrezzato e/o sportivo) e l’assenza di specifica previsione per gli impianti in questione consentivano la collocazione dell’impianto nel sito in questione (…)” [3].
In un altro caso in cui un’amministrazione comunale aveva diffidato un gestore di telefonia a rimuovere una stazione radio base (anche se temporanea e su rimorchio) in quanto collocata in un sito diverso da quello individuato, con una variante al PRG, dal Comune (che peraltro prevedeva l’installazione degli impianti in esame su un’unica area di proprietà comunale), era stata ribadita la legittimità di una tale regolamentazione locale precisando che:
“La Sezione come già affermato in giudizi analoghi, concernenti la medesima appellante, ritiene che ai fini della legittimità dei provvedimenti impugnati in primo grado, sia sufficiente la motivazione indicata sub b) [appunto, il posizionamento della stazione in zona diversa da quella individuata dal Comune], che assume anche carattere prevalente. (…) deve ritenersi che in capo al Comune residui comunque un generale potere di governo e disciplina del proprio territorio; con la conseguente possibilità di individuare, nell’esercizio delle competenze urbanistiche, la zona dove installare impianti di telefonia cellulare, di qualsiasi tipo essi siano. Indicativa in tal senso è la disposizione dell’art. 8, comma 6, della l. 22 febbraio 2001, n. 36, recante la ‘legge quadro sulla protezione dalle esposizioni ai campi elettrici, magnetici ed elettromagnetici” … secondo cui ‘i comuni possono adottare un regolamento per assicurare il corretto insediamento urbanistico e territoriale degli impianti e minimizzare l’esposizione della popolazione ai campi elettromagnetici’. Ed invero il potere regolamentare attribuito al Comune da tale norma si innesta sul più generale potere dell’Ente locale, preesistente alla l. n. 36/2001, di assicurare il corretto uso del proprio territorio anche nella materia della telefonia mobile (cfr. Cons. Stato, Sez. VI, 2 giugno 2002, n. 3098)” [4].
E si era poi aggiunto che da tali “poteri di pianificazione urbanistica ai fini della corretta localizzazione delle infrastrutture di telecomunicazione”, che comprendono senza dubbio l’individuazione dei siti idonei alla collocazione degli impianti, discende anche la sussistenza del potere espropriativo in capo al Comune per la realizzazione di siffatte opere nelle aree all’uopo individuate nel regolamento comunale [5].
E da ultimo si era ulteriormente chiarito che:
“In assenza di specifiche prescrizioni deve ritenersi che la realizzazione degli impianti predetti non sia soggetta a prescrizioni urbanistico edilizie preesistenti, dettate con riferimento ad altre tipologie di opere, elaborate quindi con riferimento a possibilità di diversa utilizzazione del territorio, nell’inconsapevolezza del fenomeno della telefonia mobile e dell’inquinamento elettromagnetico in generale. (…)
Queste caratteristiche peculiari [delle stazioni radio base] devono essere oggetto di una valutazione separata e distinta del fenomeno, che il comune può ben compiere nell’esercizio della sua potestà regolamentare, non in astratto, in via generale, ma con riguardo allo specifico fenomeno delle infrastrutture telefoniche, non potendosi applicare in via analogica una normativa edilizia concepita per altri scopi e diretta a regolamentare altre forme di utilizzazione del territorio” [6].
Tuttavia in dottrina e in giurisprudenza ci si è posti il problema se queste ultime conclusioni cui era pervenuta la giurisprudenza amministrativa del Consiglio di Stato potevano trovare conferma anche successivamente all’entrata in vigore del d. lgs. 259/2003, recante approvazione del Codice delle comunicazioni elettroniche.
Tale ultima questione necessita tuttavia di un inquadramento riepilogativo dei diversi revirements normativi succedutisi nell’ultimo anno.
3.- Dal “decreto Gasparri” al Codice delle comunicazioni elettroniche.
Si rammenta che l’operatività della regolamentazione comunale nella materia era risultata frustrata dall’entrata in vigore del d. lgs. 4 settembre 2002, n. 198, cd. “decreto Gasparri, il quale recava una disposizione (l’art. 3, comma 2) in forza del quale le infrastrutture strategiche di telecomunicazione venivano definite “compatibili con qualsiasi destinazione urbanistica” e “realizzabili in ogni parte del territorio comunale, anche in deroga agli strumenti urbanistici e ad ogni altra disposizione di legge o di regolamento”.
Ma con l’ormai notissima sentenza n. 303, depositata in cancelleria l’1 ottobre 2003, in accoglimento dei ricorsi proposti da sette Regioni (Campania, Toscana, Marche, Basilicata, Emilia - Romagna, Umbria e Lombardia), la Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità del d.lgs. 198/2002 per violazione dell’art. 76 della Carta fondamentale in relazione alla legge delega 443/2001, la cosiddetta “legge obiettivo”, sottoposta nella stessa pronuncia al vaglio del Giudice costituzionale e dichiarata anch’essa parzialmente illegittima.
Con tale pronuncia la Consulta innanzitutto ha riconosciuto l’interesse e la legittimazione delle Regioni a far valere le proprie attribuzioni anche allegando il vizio formale di “eccesso di delega” del decreto legislativo 198/2002 giacché “nella specie non può negarsi che la disciplina delle infrastrutture di telecomunicazione strategiche, che si assume in contrasto con la legge di delega n. 443 del 2001, comprima le attribuzioni regionali sotto più profili. Il più evidente tra essi emerge dalla lettura dell’art. 3, comma 2, secondo il quale tali infrastrutture sono compatibili con qualsiasi destinazione urbanistica e sono realizzabili in ogni parte del territorio comunale anche in deroga agli strumenti urbanistici e ad ogni altra disposizione di legge o di regolamento”.
Nel merito l’Alta Corte è quindi pervenuta alla conclusione che nel caso di specie l’eccesso della delega risulta “evidente” giacché del programma annuale delle infrastrutture previsto dalla legge 443/2001 quale presupposto ed ambito applicativo della normativa speciale e derogatoria “non vi è alcuna menzione nel decreto impugnato, il quale al contrario prevede che i soggetti interessati alla installazione delle infrastrutture sono abilitati ad agire in assenza di un atto che identifichi previamente, con il concorso regionale, le opere da realizzare e sulla scorta di un mero piano di investimenti delle diverse società concessionarie. Ogni considerazione sulla rilevanza degli interessi sottesi alla disciplina impugnata non può avere ingresso in questa sede, posto che tale disciplina non corrisponde alla delega conferita al Governo e non può essere considerata di questa attuativa”.
Dunque, secondo il Giudice costituzionale, con il d. lgs. 198/2003 il Governo aveva fatto un uso del potere normativo esorbitante dai criteri direttivi che gli erano stati conferiti con la legge di delegazione delle Camere.
Pertanto, come è noto, sin dal giorno successivo alla pubblicazione della sentenza della Corte Costituzionale che dichiara l’illegittimità di una norma di legge, quest’ultima cessa di avere efficacia (art. 136 Cost.) e non può più avere applicazione (art. 30, comma 3, della legge 87/1959), neppure con riferimento alle situazioni anteriori alla pronuncia della Corte, fatti salvi i cosiddetti “rapporti esauriti”.
Tuttavia il 16 settembre 2003 è entrato in vigore il d. lgs. 1 agosto 2003, n. 259 recante approvazione del “Codice delle comunicazioni elettroniche” in attuazione dall’art. 41 della legge 166/2002 con cui il Governo è stato delegato ad adottare uno o più decreti legislativi per un riassetto in materia di telecomunicazioni conseguenti al recepimento di alcune direttive comunitarie in materia di reti e servizi di comunicazione elettronica (si tratta delle direttive nn. 19, 20, 21 e 22 del 2002, cosiddette direttive accesso, autorizzazioni, quadro, servizio universale, oltre che la direttiva 2002/77/CE relativa alla concorrenza nei mercati).
Ebbene, detto Codice, se da un lato, agli artt. 86 ss. contiene una singolare riedizione di alcune disposizioni del “decreto Gasparri” in materia di procedure autorizzatorie delle infrastrutture per gli impianti radioelettrici (che evidentemente ripropone i medesimi profili di sospetta incostituzionalità sollevati dalle Regioni nei confronti del d. lgs. 198) [7], dall’altro reca però delle significative novità rispetto al decreto 198/2002: prima fra tutte l’omessa previsione di una disposizione -analoga a quella di cui al menzionato art. 3, comma 2, del d. lgs. 198/2002- attestante la compatibilità urbanistica ex lege di questi impianti, la loro realizzabilità in qualsiasi parte del territorio comunale e la derogabilità degli strumenti urbanistici e delle disposizioni legislative e regolamentari vigenti.
D’altra parte, quest’ultima era la disposizione del decreto Gasparri che aveva suscitato le maggiori contestazioni e che, non a caso, nel menzionato capo (sulla legittimazione a rilevare il vizio di eccesso di delega) della sentenza n. 303/2003, la Consulta aveva individuato come –potenzialmente- lesiva delle attribuzioni costituzionali regionali.
A fronte di questa rilevante novità si dovrebbe quindi ritenere che, con l’entrata in vigore del decreto 259/2003 la localizzazione delle infrastrutture per telecomunicazioni (o, come ora svengono definite, delle “infrastrutture di comunicazione elettronica per impianti radioelettrici”) non sia più “libera”, come nella vigenza del decreto Gasparri, ma debba essere necessariamente conforme sia alla legislazione nazionale e regionale (in materia di inquinamento elettromagnetico, ma anche urbanistica, edilizia, ambientale, igienico - sanitaria), sia alla disciplina locale approvata dai Comuni ai sensi dell’art. 8, comma 6, del legge 36/2001 e contenuta negli strumenti urbanistici generali o in regolamenti ad hoc.
4.- In particolare l’art. 86, comma 3, del d.lgs. 259/2003: l’assimilazione delle infrastrutture di comunicazione alle opere di urbanizzazione primaria.
Tale ultima conclusione non parrebbe inficiata (ma anzi confermata, per quanto si esporrà infra) dalla previsione dell’art. 86, comma 3, dello stesso Codice delle comunicazioni elettroniche a mente del quale “Le infrastrutture di reti pubbliche di comunicazione di cui agli articoli 87 e 88 sono assimilate ad ogni effetto alle opere di urbanizzazione primaria di cui all’art. 16, comma 7, del decreto della Presidente della Repubblica 6 giugno 2001, n. 380, pur restando di proprietà dei rispettivi operatori, e ad esse si applica la normativa vigente in materia”.
Invero, la disposizione da ultimo menzionata risulta avere la finalità primaria di “codificare” la già menzionata tesi dell’indifferenza della localizzazione degli impianti radioelettrici alle diverse destinazioni di zona previste dal PRG: gli impianti di telefonia mobile, essendo opere di interesse generale che presuppongono la realizzazione di una rete che consenta un’uniforme copertura al territorio, sono dunque assimilati “ad ogni effetto” alle opere di urbanizzazione primaria -come le fognature, le reti per la distribuzione dell’acqua, del gas e dell’energia elettrica- e, pertanto, la loro collocazione deve ritenersi consentita sull’intero territorio comunale.
Aggiungasi tuttavia che se, da un lato, l’art. 86, comma 3, del Codice consente quindi la collocazione di detti impianti sull’intero territorio comunale non assumendo carattere ostativo le specifiche destinazioni di zona (fatto però salvo il puntuale rispetto delle disciplina normativa ad hoc approvata dai Comuni ai sensi dell’art. 8 della legge quadro: su cui infra); dall’altro lato, tuttavia la stessa disposizione codicistica ha quale inevitabile corollario che l’installazione degli impianti de quibus necessita della previa acquisizione del permesso di costruire accanto all’autorizzazione o alla DIA previste dall’art. 87 del Codice con finalità esclusivamente ambientali ed igienico sanitarie.
Invero, l’assimilazione “ad ogni effetto” delle infrastrutture di telecomunicazione per impianti radioelettrici alle opere di urbanizzazione primaria “pur restando di proprietà dei rispettivi operatori” con la precisazione che “ad esse si applica la normativa vigente in materia” (così il citato art. 86, comma 3, del Codice) comporta indiscutibilmente l’obbligatorietà del titolo edilizio ove si consideri che, nella definizione degli interventi di nuova costruzione soggetti a permesso di costruire, il T.U. dell’edilizia ricomprende gli “interventi di urbanizzazione primaria e secondaria realizzati da soggetti diversi dal Comune” (art. 3, comma 1, lett. e.2 del DPR 380/2001) quali evidentemente sono i gestori di telefonia e gli altri operatori del settore che realizzano dette infrastrutture di cui rimangono proprietari [8].
Alle medesime conclusioni si perviene considerando che nel Codice non compare alcuna norma (analoga a quella dell’art. 3, comma 1, del decreto 198) che dichiari la realizzabilità delle infrastrutture “esclusivamente” sulla base delle procedure definite dal decreto medesimo, di talché in assenza di una tale clausola di esclusività si deve ritenere che gli altri titoli autorizzatori previsti dalla normativa statale e regionale per la realizzazione delle opere in esame siano tuttora necessari, tra cui innanzitutto il permesso di costruire.
Infine si rileva che il Codice non reca alcuna modifica al menzionato T.U. dell’edilizia, approvato con DPR 6 giugno 2001, n. 380, ed entrato in vigore il 1° luglio scorso, laddove all’art. 3, comma 1, lett. e.4, ricomprende espressamente tra gli “interventi di nuova costruzione” subordinati al permesso di costruire (ex art. 10, comma 1, lett. a) "l'installazione di torri e tralicci per impianti radio-trasmittenti e di ripetitori per servizi di telecomunicazione”. Quando invece, laddove il legislatore delegato ha inteso apportare una modifica al T.U. dell’edilizia lo ha fatto esplicitamente [9], per cui se ne desume a contrariis che in questo caso il Codice non ha voluto né integrare né abrogare il decreto 380/2001.
In tal senso il TAR Veneto, successivamente all’entrata in vigore del d. lgs. 259/2003, ha ribadito il principio (già precedentemente affermato) che gli impianti radio base debbano essere sorretti –sotto il profilo urbanistico- da permesso di costruire e non da semplice autorizzazione [10].
Orbene, la necessità del permesso di costruire il cui scopo è, com’è noto, quello di verificare la conformità dell’intervento alla strumentazione urbanistica ed edilizia locale, parrebbe dunque costituire la logica conseguenza e, allo stesso tempo, l’ulteriore conferma della recuperata “vitalità” (dopo la parentesi incostituzionale del decreto Gasparri) della pianificazione territoriale comunale nella materia in esame.
5.- Esclusa dal Consiglio di Stato la compatibilità urbanistica ex lege degli impianti di telefonia mobile.
Diversamente il Giudice amministrativo veneto, dopo una prima pronuncia successiva all’entrata in vigore del d. lgs. 259/2003 in cui (sia pure implicitamente) sembrava aver aderito alla tesi della permanenza della potestà comunale in ordine alla localizzazione degli impianti di telefonia mobile [11], con la menzionata sentenza n. 144 del 19 gennaio 2004 e con le successive decisioni –tutte espresse in forma semplificata- ha invece optato per l’opposta teorica della compatibilità urbanistica ex lege delle stazioni radio base che risulterebbero dunque realizzabili in qualsiasi zona del territorio comunale, sia laddove manchi un’apposita regolamentazione degli impianti di telefonia sia laddove tale disciplina ad hoc esista.
Così, in forza dell’intervenuta assimilazione di dette infrastrutture alle opere di urbanizzazione primaria ad opera dell’art. 86, comma 3, del Codice delle comunicazioni elettroniche, si era affermato non solo che gli impianti di telefonia mobile sono collocabili in quanto tali all’interno del territorio comunale prescindendo dalla destinazione di zona [12] e pertanto debbono ritenersi in astratto compatibili, ad esempio, con la destinazione agricola [13] o con quella a verde privato [14]; ma si era altresì aggiunto che all’inclusione di detti interventi nel novero delle opere di urbanizzazione conseguirebbe l’impossibilità per le amministrazioni locali di circoscriverne la realizzazione nell’ambito di specifiche zone territoriali omogenee [15], cosicché risulterebbero illegittime le previsioni urbanistiche che vietano l’installazione degli impianti in determinate Z.T.O. ovvero che la consentono soltanto in alcune aree del territorio comunale [16], sottolineando altresì (in alcune pronunce) che, così facendo, si introdurrebbero illegittimamente norme con valenza sostanzialmente radioprotezionistica e quindi per esclusive finalità sanitarie.
Analogamente si era pronunciato anche il Giudice amministrativo piemontese ritenendo compatibile la domanda di autorizzazione all’installazione di una stazione radio base con eventuali previsioni urbanistiche difformi che limitino l’installazione di impianti di telefonia cellulare ad alcune zone del territorio comunale e ciò, appunto, in virtù della menzionata equiparazione agli impianti di urbanizzazione primaria di cui all’art. 16, comma 7, del DPR 380/2001 (ma anche sulla base di un’espressa previsione di legge regionale in tal senso) [17].
Invece, con l’ordinanza n. 1612/2004 qui in esame il Consiglio di Stato, nell’affermare che l’intervenuta assimilazione delle stazioni radio base per telefonia cellulare alle opere di urbanizzazione primaria ad opera dell’art. 86, comma 3, del d. lgs. 259/2003 non preclude al Comune, nell’esercizio del potere di pianificazione urbanistica, la potestà di localizzare dette opere in determinati ambiti del territorio (sempre che sia assicurato l’interesse di rilievo nazionale ad una capillare distribuzione del servizio), pare dunque confermare sul punto la propria precedente giurisprudenza.
Sulla base di quest’ultima pronuncia, quindi, per i giudici di Palazzo Spada l’avvenuto inserimento, ad opera del Codice delle comunicazioni elettroniche, delle infrastrutture di telecomunicazione tra le opere di urbanizzazione primaria comporta una semplice presunzione di conformità delle stazioni radio base con ogni destinazione di zona dal PRG, ma non una compatibilità urbanistica necessaria, nel senso che:
A) se l’amministrazione comunale risulta priva di norme specificamente dedicate agli impianti di telefonia, la localizzazione di queste ultimi non può essere inibita o limitata dalle diverse destinazioni di zona previste dal piano regolatore (né da altre prescrizioni urbanistiche ed edilizie preesistenti che risultano inapplicabili in via analogica);
B) diversamente, laddove il Comune, operando una valutazione precipua delle infrastrutture telefoniche, abbia introdotto nella propria strumentazione urbanistica un’apposita disciplina per governare il fenomeno in esame regolando la localizzazione di questi impianti anche in relazione a specifiche zone o aree del territorio comunale, queste ultime previsioni non possono essere derogate o disattese. Ovviamente, fermo restando il sindacato di ragionevolezza della misura urbanistica adottata in relazione alle esigenze di copertura del servizio di telefonia (il che, tuttavia, non significa dover assicurare necessariamente ai gestori la soluzione più comoda o quella più economica).
Peraltro, a nostro sommesso avviso, diversamente opinando verrebbe posta in dubbio la stessa legittimità della regolamentazione locale nel settore adottata nell’esercizio di una facoltà espressamente riconosciuta dall’art. 8, comma 6, della legge quadro sull’inquinamento elettromagnetico 36/2001 secondo cui “i comuni possono adottare un regolamento per assicurare il corretto insediamento urbanistico e territoriale degli impianti e minimizzare l’esposizione della popolazione ai campi elettromagnetici”, nonché sulla base del più generale potere dell’Ente locale di governo e disciplina del proprio territorio, e ciò anche nella materia della telefonia mobile.
Con la precisazione che quest’ultima fondamentale disposizione della legge quadro sull’inquinamento elettromagnetico non è stata abrogata dal d. lgs. 259/2003, neppure implicitamente (almeno ove si voglia interpretare il Codice delle comunicazioni elettroniche alla luce della legge delega che indica tra i principi e i criteri direttivi vincolanti per il Governo la necessità dell’“espressa abrogazione di tutte le disposizioni incompatibili”: così l’art. 41, comma 2, lett. d, della legge 166/2002).

[1] Su cui si rinvia a CHIEPPA, Inquinamento elettromagnetico ed installazione di infrastrutture per comunicazioni: è finita l’incertezza dopo le sentenze della Corte Costituzionale ?, in www.lexfor.it; DE MONTE, L’inquinamento elettromagnetico derivante dalla telefonia mobile: ripartizione dei poteri tra Stato, regioni e Comuni, in www.lexitalia.it n. 12/2003; nonché CERUTI, La pianificazione territoriale degli impianti radioelettrici. Dall’assenza di disciplina urbanistica ai regolamenti comunali, dal decreto Gasparri al codice delle comunicazioni elettroniche, in MAZZOLA (a cura di), Le immissioni, Milano, Giuffrè, 2004, 73 ss.
[2] Cfr. TAR Emilia Romagna, Parma, 20 aprile 2001, n. 226; TAR Lombardia, Brescia, 21 agosto 2001, n. 712; TAR Lazio, Sez. II, ord. 31 ottobre 2001; TAR Puglia, Lecce, Sez. I, ord. 8 novembre 2001, n. 1392.
[3] Così Cons. Stato, Sez. VI, 10 febbraio 2003, n. 673, Pres. Schinaia, Rel. Chieppa, soc. T. c/ Comitato spontaneo famiglie Biello di Gerosa.
[4] Cons. Stato, Sez. VI, 20 giugno 2003, n. 3680, Pres. Giovannini, Est. Minicone, E. c/ Comune di Orsogna.
[5] Cons. Stato, Sez. VI, 26 agosto 2003, n. 4847, Pres. Schinaia, Est. De Nictolis, Comune di Salsomaggiore T. c/ W.
[6] Cons. Stato, Sez. VI, 24 novembre 2003, n. 7725, Pres. Schinaia, Rel. Montedoro, W. c/ Comune di Ostuni.
[7] Primo fra tutti, la violazione del nuovo art. 117 Cost. laddove si introduce una disciplina statale di dettaglio in materie -governo del territorio, tutela della salute, ordinamento della comunicazione- attribuite alla potestà legislativa concorrente delle regioni.
[8] Vds. in tal senso anche Cons. Stato, Sez. VI, 26 agosto 2003, n. 4847, cit. che era pervenuto alle medesime conclusioni prima dell’entrata in vigore del d. lgs. 259/2003.
[9] Così appunto al precitato art. 86, comma 3, assimilando le infrastrutture delle reti pubbliche di comunicazione alle opere di urbanizzazione primaria di cui all’art. 16 del TU dell’edilizia.
[10] TAR Veneto, Sez. II, 8 gennaio 2004, n. 1.
[11] Si tratta di TAR Veneto, Sez. II, 7 novembre 2003, n. 5585 che aveva accolto il ricorso proposto da un gruppo di cittadini avverso il titolo edilizio per una SRB rilasciato dal Comune di Dolo (ai sensi del d. lgs. 198/2002, successivamente dichiarato costituzionalmente illegittimo) in quanto risultava in contrasto con le previsioni del piano regolatore che individuavano le zone idonee alla localizzazione degli impianti di telefonia nelle aree “per attrezzature di interesse comune e per servizi tecnologici”.
[12] TAR Veneto, Sez. II, emessa il 18 febbraio 2004, n. 373 (B. e altri c/ Comune di Padova).
[13] Idem, 22 marzo 2004, n. 749 (V.O. c/ Comune di Monastier di Treviso).
[14] Idem, 23 dicembre 2003, n. 6293 (V.O. c/ Comune di Monticello C.O.).
[15] Idem, 22 marzo 2004, n. 758 (H. c/ Comune di Pescantina).
[16] Idem, 5 marzo 2004, n. n. 536 (T. c/ Comune di San Giorgio delle Pertiche); Idem, 19 gennaio 2004, n. 149 ( V.O. c/ Comune di Cinto Maggiore); Idem, 22 marzo 2004, n. 758 (H. c/ Comune di Pescantina) cit.; Id., 7 novembre 2003, n. 5575 (A.I. c/ Comune di Bovolone).
[17] TAR Piemonte, Sez. I, 28 gennaio 2004, n. 78 (N.I. c/ Comune di Venaria Reale).



Registro Ordinanze:1612/2004
Registro Generale:1641/2004

IL CONSIGLIO DI STATO IN SEDE GIURISDIZIONALE
SEZIONE QUARTA
composto dai Signori: Pres. Paolo Salvatore Cons. Antonino Anastasi Cons. Vito Poli Cons. Anna Leoni Cons. Salvatore Cacace Est.
ha pronunciato la presente
ORDINANZA
nella Camera di Consiglio del 06 Aprile 2004

Visto l'art. 33, commi terzo e quarto, della legge 6 dicembre 1971, n. 1034, come modificato dalla legge 21 luglio 2000, n. 205;
Visto l'appello proposto da:
COMUNE DI STRArappresentato e difeso dagli Avv.ti ALESSIO PETRETTI e GIANLUIGI CERUTIcon domicilio eletto in Roma VIA DEGLI SCIPIONI 268/A presso ALESSIO PETRETTI contro ERICSSON TELECOMUNICAZIONI S.P.A.rappresentato e difeso dagli Avv.ti ANDREA MANZI e MAURO ALBERTINIcon domicilio eletto in Roma VIA FEDERICO CONFALONIERI, 5 presso ANDREA MANZI Interveniente ad AdiuvandumCOPPO SONIA, BRUGNOLO ROBERTA e PERINI MICHELErappresentato e difeso dagli Avv.ti ALESSIO PETRETTI e FRANCESCO ACERBONIcon domicilio eletto in Roma VIA DEGLI SCIPIONI 268/A presso ALESSIO PETRETTI

per l'annullamento, previa sospensione dell'efficacia, della sentenza del TAR VENETO - VENEZIA : Sezione II 144/2004, resa tra le parti, concernente AUTORIZZAZ.EDILIZIA PER REALIZZAZ. DI STAZIONE RADIO BASE PER TELEFONIA MOBILE.
Visti gli atti e documenti depositati con l'appello;
Vista la domanda di sospensione dell’efficacia della sentenza di accoglimento, presentata in via incidentale dalla parte appellante.
Visto l'atto di costituzione in giudizio di:
BRUGNOLO ROBERTA COPPO SONIA ERICSSON TELECOMUNICAZIONI S.P.A. PERINI MICHELE
Udito il relatore Cons. Salvatore Cacace e uditi, altresì, per le parti gli avv.ti A.Petretti e Mauro Albertini;
Ritenuto che l’intervenuta assimilazione delle opere per stazioni radio base alle opere di urbanizzazione primaria (ad opera del comma 3 dell’art. 86 del D. Lgs. n. 259/2003) non preclude al Comune, nell’esercizio del potere di pianificazione urbanistica, la localizzabilità di dette opere in determinati ambiti del territorio, sempre che sia in tal modo assicurato l’interesse di rilievo nazionale ad una capillare distribuzione del servizio(interesse che non risulta fattispecie posto in discussione o in pericolo);
Visto che, nella fattispecie all’esame, anche a voler considerare la disposizione dell’art. 36 delle N.T.A. del P.R.G. del Comune di Stra non preclusiva dell’installazione delle infrastrutture “de quibus” nelle cc.dd. “zone residenziali perequate”, le infrastrutture stesse sono comunque da considerarsi “servizi”, le aree da destinarsi ai quali dovranno tuttavia essere “definite nello strumento attuativo all’interno dell’ambito perequato” (lett. g) del comma 10 dell’art. 5 delle N.T.A.) si che gli stessi non possono considerarsi indiscriminatamente collocati all’interso delle zone in questione;
P.Q.M.
Accoglie l'istanza cautelare (Ricorso numero: 1641/2004 ) e, per l'effetto, sospende l’efficacia della sentenza impugnata.
La presente ordinanza sarà eseguita dalla Amministrazione ed è depositata presso la segreteria della Sezione che provvederà a darne comunicazione alle parti.
Roma, 06 Aprile 2004